COUNSELING E VISIONE SISTEMICA: “IMPARARE LA VITA”

By CSCP

Giugno 4, 2024

Nonostante si insista continuamente sull’urgenza di promuovere una sempre più completa integrazione dei saperi, scientifici e umanistici, al fine di sviluppare e sostenere un’autentica visione sistemica della realtà,  tuttavia i due orizzonti rimangono il più delle volte lontani e separati.

Nel counseling, sempre più orientato in direzione umanistica, questa divergenza è particolarmente manifesta, eppure proprio nella relazione di  counseling si sviluppano in tutta la loro pienezza le potenzialità che la visione sistemica promuove. Vediamo perché.

La visione sistemica, più comunemente detta “scienza della complessità”,  è emersa dalle scienze fisiche nella seconda metà del ‘900, per poi avere profonde ripercussioni nelle scienze della vita non solo sul piano teorico ma soprattutto nella CURA della vita in direzione operativa, esigendo una sempre più ampia e completa integrazione oltre che dei saperi anche delle attitudini e dei comportamenti e la presa in carico dell’essere umano nella sua interezza.

Proprio dai concetti fondanti della visione sistemica, ad esempio, è sorta la psicoterapia della GESTALT e, per quanto riguarda la salute, la PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia).

“Abbiamo scoperto che la realtà, sia materiale che virtuale, è, in sostanza, una rete di relazioni inseparabili e interdipendenti che coinvolgono i fenomeni a qualsiasi livello di aggregazione. Così siamo arrivati a capire che addirittura la terra è un unico organismo che si autoregola, che la mente è un tutt’uno con il corpo, che le società consistono di una rete intricatissima di relazioni.

Dobbiamo inoltre prendere atto che il destino delle società e di ciascuno di noi appare dipendere da un tutto difficile da prevedere, perché ogni situazione appare interconnessa a molte altre e ogni problema è un “groviglio” di problemi interdipendenti che, per essere affrontati, richiedono l’adozione di un pensiero creativo che apra a soluzioni inaspettate e sorprendenti.” (FESTIVAL DELLA COMPLESSITA’ 2022)

L’essere umano, ad esempio, oltreché esser fatto di relazioni affettive, sociali, economiche, politiche, linguistico-culturali, di culto e credenza, storiche o meglio geo-storiche, oltre ad essere tanto emotivo quanto razionale, tanto nel conscio quanto nell’inconscio, volitivo non meno che condizionato, individuale quanto sociale, è fatto anche di DNA ereditato con possibili – casuali – modificazioni, cellule, chimica, elettricità, molecole ed atomi, flussi e stati. L’essere umano è l’oggetto principe di una ampia declinazione che dal fisico arriva al metafisico.

La cultura della complessità, lungi dal voler negare l’utilità di separare, ridurre e cercar di determinare, ove necessario ed utile, apre parallelamente all’esplorazione del riconnettere, ampliare, comprendere a grana grossa cercando di metterci dentro quanto più è possibile di ciò che è dentro e fuori all’oggetto o fenomeno, per ricostruirne la sua “natura intera”” (FESTIVAL DELLA COMPLESSITA’ 2022).

Fermiamoci un attimo a considerare gli aspetti fondanti di questa visione perché da essi scaturiscono significati di grande valore per il counselor. Primi fra tutti i concetti di RETE DINAMICA e di RELAZIONE da cui la profonda e intima interconnessione di tutte le cose, il continuo, inarrestabile interagire, trasformarsi, in un processo incessante di CAMBIAMENTO, AUTORGANIZZAZIONE, CREAZIONE e DISSOLUZIONE di sempre nuove forme, spesso non facilmente prevedibili (il “panta rei”, “tutto scorre” dei greci).

Il counseling ha in sé le potenzialità per sostenere una modalità di approccio all’esistenza così lucida e consapevole, partendo proprio dalla relazione, dall’allenamento al cambiamento e all’incertezza, dalla spinta a uscire da schemi fissi e rigidi per cercare nuove soluzioni creative e consacrare le proprie energie nella costruzione di nuovi sistemi armonici.

Il counselor infatti è quel professionista che, utilizzando lo strumento base dell’ascolto profondo, può aiutare il cliente ad iniziare il viaggio verso la consapevolezza profonda, o mindfulness, come definita da Jon Kabat Zinn. Si tratta di accompagnare la persona all’accoglienza dell’esperienza intima nella sua totalità, fatta di pensieri, emozioni e sensazioni fisiche, cioè quel primo contatto con il mondo complesso che è dentro di noi, contraddittorio e mutevole, che la visione sistemica ci conferma essere presente in tutti quanti gli esseri umani.

Il counselor non è uno psicologo, non classifica o interpreta gli stati emotivi, non si occupa di patologie e forti disagi, non interviene con tecniche diciamo invasive come l’esposizione al trauma o l’EMDR.

Il counselor invece aiuta, sostiene, assiste il cliente essenzialmente nello stare nel sentire, anche se è spiacevole, finanche nel dolore, in modo da esplorare, esplicitare e trasformare tale esperienza usando tutta la ricchezza di multiformi linguaggi (espressione scritta, corporea, metafora, riflessione etc.)

In questo si potrebbe accostare la figura del counselor all’artista o addirittura al mistico,  tuttavia ambedue queste modalità portano a identificarsi sempre di più con la propria problematica interiore o, nel caso del mistico, ad abbandonarcisi totalmente.

Al contrario il counselor, attraverso la relazione, deve aiutare certo il cliente al contatto amorevole e all’accoglienza ma anche ad andare oltre, anche a lasciar andare, divenire così essenzialmente osservatore di quello che sorge ma un osservatore che non si fa coinvolgere, proprio come suggerisce la pratica della mindfulness.

Vediamo infatti che il counseling, nato con Rogers come aiuto alla crescita personale, ha sviluppato nel passare degli anni interventi ottimali in ambiti sempre più ampi e diversificati; l’ascolto profondo come accoglienza infatti rende il counselor assolutamente basilare e in prima linea in qualsiasi situazione di disagio personale, sociale ed esistenziale, sia esso per sostegno al sofferente di malattia cronica, al car-giver, addirittura al morente, sia alla coppia in crisi sia all’adolescente in crisi esistenziale sia all’immigrato e anche al detenuto!

Dovunque occorra un’ACCOGLIENZA AMOREVOLE ma RISPETTOSA e APERTA all’esplorazione del proprio mondo interno ed esterno, lì il counselor trova la sua unicità di significato e insostituibile presenza!

E’ quindi nostro diritto/dovere dare valore a questa figura professionale nella sua peculiarità di ricchezza di pensiero ed espressiva e pienamente sostenuta dalla scienza, la scienza della COMPLESSITA’.

Conoscere da scienziato e vivere da poeta” (Jon Kabat Zinn)

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